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La distanza che fa bene

É bastato assentarsi per qualche settimana – sparire dalla circolazione, o quasi – per percepire gli effetti positivi dell’assenza umana sull’ecosistema urbano. Lepri nei giardini di Milano, delfini nel porto di Cagliari, pesci nei canali limpidi di Venezia. L’elenco delle specie che stanno abitando le città, in questi giorni di isolamento forzato, potrebbe essere più lungo.

Pur conoscendo le conseguenze del massiccio impatto umano sull’ambiente, abbiamo ora l’opportunità di prenderne atto in modo tangibile, attraverso l’osservazione del cielo, dei corsi d’acqua, delle aree verdi ripopolate, in queste settimane di isolamento, da specie che ci dimostrano quanto la natura sia più flessibile, resiliente e pronta al cambiamento di noi.

Alla meraviglia per la natura ritrovata, si aggiunge lo stupore di respirare l’aria pulita. Ma cosa possiamo fare per non lasciare che, a emergenza finita, i cambiamenti che stiamo vivendo non siano appena un lontano ricordo, né si rivelino un falso movimento?

Riflettere sulla relazione tra ambiente e uomo può rivelarsi un’occasione per negoziare nuove forme di prossimità e distanza. Andare con e non contro la natura, può aiutarci a costruire una nuova idea di habitat, di comunità integrata ed eco-sostenibile.

Si pone dunque un’importante quesito che ci riguarda da vicino, avendo al centro delle nostre discussioni e azioni il concetto di comunità. Come possiamo ripensare oggi l’essere in comune? Come vivere insieme?

Il quesito, che prende in prestito il titolo di un saggio di Roland Barthes (1977), è una provocazione per riflettere sulle possibilità di convivenza con l’altro e con l’ambiente, sulla complessità del “vivere con” in un mondo sempre più complesso e interconnesso. Riconoscersi in una comunità è il primo passo da compiere in direzione un’etica di coabitazione pacifica con gli uomini e l’ambiente.

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